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Sasso d'Ombrone è una frazione del comune di Cinigiano (GR), situata a 9 km dal centro del capoluogo comunale, nella parte nord-occidentale del territorio comunale.
La località era nota in epoca medievale con la denominazione di Sasso di Maremma; sorse in un punto strategico in corrispondenza di un antico attraversamento sul fiume Ombrone. Originariamente era controllato dagli Aldobrandeschi che vi costruirono nella parte sommitale un castello oramai scomparso, di cui restano solo alcuni ruderi sulla vetta della collina.
In seguito passò agli Ardengheschi, il cui potere interessava anche altre località della parte settentrionale della provincia di Grosseto lungo la Valle dell'Ombrone. Successivamente, passò sotto il controllo di Siena, che lo cedette prima allo Spedale di Santa Maria della Scala e infine alla famiglia dei Buonsignori.
A metà Cinquecento, Sasso d'Ombrone entrò a far parte del Granducato di Toscana, a seguito della definitiva caduta della Repubblica di Siena.
Il centro fu sede di una commenda dei Cavalieri di Malta.










la Chiesa di San Michele Arcangelo


La chiesa di San Michele Arcangelo fu eretta in sostituzione della precedente chiesa, documentata sin dagli inizi del Duecento, in epoca anteriore al secolo XVIII ma non precisabile per i drastici interventi di ristrutturazione subiti intorno al 1840 e agli inizi del Novecento.
La facciata a capanna, improntata a forme neoclassiche, presenta un portale architravato ed è sormontata da un timpano triangolare. Nell'interno si distingue il vigoroso Crocifisso ligneo policromo, databile intorno al secondo quarto del Quattrocento ed ascrivibile ad uno scultore d'ambiente senese che si riallaccia alla tipologia del crocifisso doloroso, peculiare dell'area germanica sin dall'epoca gotica.

la Valle dell'Ombrone



Ambra, la bellissima ninfa dagli occhi ora verdi ora argentei, danzava in una radura, vestito l'agile corpo flessuoso soltanto di raggi di luna. L'Ombrone che accompagnava il palpito della notte estiva con la dolce melodia delle sue acque, la vide e se ne innamorò perdutamente.Ma la ninfa sdegnosa lo fuggì. Invano il fiume le mormorò parole appassionate, invano tentò di attirarla tra i suoi flutti. Ma Ombrone non si diede per vinto e prese ad inseguirla, ora vezzeggiandola, ora implorandola ed infine minacciandola ben decisa a ghermirla.E corsero e corsero i due, per i dirupi, per le strette forre, per la pianura aperta, fin tanto che le forze di Ambra non cominciarono a scemare. E già Ombrone stava per afferrarla quando la ninfa, sentendosi perduta, invocò l'aiuto di Diana. L'implorazione giunse alla dea che subito bloccò Ambra in una rocciosa isoletta. Diana, specializzata nel sistema di trasformare le ninfe nelle cose più impensate, si vantava di questa sua originalità ed aveva già cambiato in una fontana, nell'isola di Ortigia, la ninfa Aretusa sedotta da Alfeo. La leggenda però narra che Alfeo, figlio di Oceano e di Teti, trasformato a sua volta in fiume, attraversò da Arcadia tutto lo Jonio per raggiungere la sua amata fontana e vi riuscì felicemente in barba a tutti i divieti della dea crudele.Lo sapeva anche Ombrone che Diana non aveva nessuna pietà per i fiumi innamorati delle ninfe, ma conosceva anch'egli la storia dei fluidi amanti di Ortigia e la sua felice soluzione, perciò non disperò, anzi si ostinò a voler vincere con la costanza e la fedeltà, continuando ad amare l'improvvisata isoletta. La circondò della spuma più candida, vi sostò nelle notti di luna per abbracciarla perdutamente e blandirla con nenie sommesse o canti sonori. Ma la roccia muta e fredda non aveva un fremito e il pianto del fiume si innalzava in canto. Lo udivano i colli boscosi, la pianura sconfinata, le spiagge lunate, le fruscianti pinete; lo udivano i butteri nelle nottate all'addiaccio, i solitari pastori, gli amanti infelici ed erano percorsi da un brivido di commozione. Intanto il tempo passava e il fiume fedele continuava ad aspettare e a consumare la roccia a furia di baciarla e di lambirla. Forse la ninfa prigioniera lo udiva e fremeva nella dura pietra sognando le corse sulle verdi rive del fiume e le danze al chiaro di luna. E forse, chi sa, come Dafne pentita nell'attimo stesso in cui il padre la trasformava in albero, invocava il dio Apollo al quale aveva voluto sfuggire (" Oh, Apollo Febo, strappami da terra...." ) anch'essa, Ambra, amava ora Ombrone che con tanta costanza e tanta passione la invocava. Ma Diana implacabile non ascoltava. E ancora Ombrone invoca e aspetta. L'amore e la forza del fiume certo riusciranno un giorno a consumare l'isoletta ridotta già alle proporzioni di un grosso sasso in mezzo all'acqua che le gorgoglia attorno, ma ormai non sono più questi i tempi da leggende, ed egli, il povero, vecchio Ombrone, dovrà convincersi che era meglio cantare e piangere e spasimare attorno a uno scoglio entro il quale credeva racchiuso il bene agognato, che avere la cruda certezza di avere sognato ed aspettato invano. - Piangere non è male quando si piange per qualcuno - sussurra al fiume un grande cipresso carico d'anni e di esperienze - male è quando si piange per niente - .